#32 I consigli della zia Roby
Da Tempo Medico alla comunicazione durante la pandemia, Roberta Villa ci racconta come è diventata la "zia" dei comunicatori della scienza, senza smettere mai di imparare anche dai "nipoti".
Laureata in medicina e chirurgia, Roberta Villa è giornalista scientifica da oltre trent’anni e ha collaborato con le più importanti testate italiane sui temi della salute.
Oggi, tra le altre cose, è editorialista per Univadis, piattaforma italiana di Medscape.
Ha partecipato a progetti europei, è docente in Master di comunicazione della scienza e svolge attività di formazione, moderazione e public speaking. È molto seguita sui social media, soprattutto Instagram, cura una newsletter settimanale - Fosforo e miele - e con Jessica Mariana Masucci il podcast Pulsazioni.
È autrice di diversi libri, tra cui, insieme a Silvio Garattini, la biografia del fondatore dell’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri, dal titolo “Il Guerriero Gentile”, per Solferino; “Dottore, ma è vero che… Covid-19. Le risposte alle domande che ci facciamo ogni giorno” (Chiarelettere), nato dall’omonimo progetto realizzato con FNOMCeO, con cui collabora da vari anni; “Vaccini. Mai così temuti, mai così attesi”, dedicato ai vaccini contro il Covid-19, e in precedenza “Vaccini. Il diritto di non avere paura” (Il Pensiero Scientifico Editore). Dopo il “Controglossario di medicina” per Gribaudo, ha pubblicato “Cattiva prevenzione” con Chiarelettere.
Partiamo dal momento in cui hai capito che volevi fare questo mestiere. da dove hai cominciato?
Da dove ho cominciato? Dobbiamo risalire al secolo scorso, a quando studiavo medicina ed ero interna dal professor Claudio Rugarli all’ospedale San Raffaele di Milano. Il professor Rugarli faceva parte del comitato di redazione di una rivista che si chiamava Tempo Medico. Un altro medico del reparto, Pietro Dri, che allora era il responsabile del mio gruppo (gli interni venivano divisi in gruppi tra i vari medici), un giorno mi chiese se potevo collaborare col giornale. Forse sono andata a sostituire qualcuno, non mi ricordo con precisione. Quando sono entrata in redazione, però, ho capito subito che quella era la mia strada, e che non avrei mai fatto il medico.
Tempo Medico era una rivista molto nota e apprezzata dai medici, si trovava nelle sale d’attesa di quasi tutti gli ambulatori d’Italia e aveva alcune caratteristiche interessanti, come il fatto che è stata la prima rivista italiana a riprendere il format di Time e di Newsweek (L’Espresso e Panorama sarebbero arrivati solo più avanti). Tempo Medico faceva un servizio importantissimo: riportava e contestualizzava gli studi che uscivano sulle grandi riviste internazionali e li raccontava con un linguaggio gradevole, accessibile e in italiano. Non dobbiamo dimenticare che i medici di allora, nella maggior parte dei casi, non sapevano l’inglese. Non c’era internet, per cui per aggiornarsi bisognava abbonarsi alle riviste cartacee. Erano ben pochi i medici che avevano modo di fare il lavoro che facevamo noi per loro in redazione: tutte le settimane ricevevamo le riviste, le sfogliavamo e facevamo fotocopie dei paper che ci sembravano più interessanti, a partire dai quali scrivevamo gli articoli, anche approfondendo con interviste a esperti italiani e stranieri.
L’altra caratteristica di Tempo Medico era che non trattava esclusivamente di medicina, ma anche del suo impatto sulla società e di temi di cultura generale, non sempre strettamente legati alla salute: per questo, pur essendo rivolto ai medici, era molto interessante e veniva letto anche da familiari e pazienti. E poi, pur essendo nato da un’industria farmaceutica, ha sempre mantenuto e rivendicato l’indipendenza dei propri contenuti dagli interessi degli inserzionisti.
Cosa ti ha fatto innamorare di questo mestiere?
Quando facevo medicina avevo molti dubbi su quale specialità scegliere perché sono una persona molto curiosa, mi interessa tutto e non mi piaceva l’idea di dovermi super specializzare come richiesto dalla medicina moderna. Il lavoro in ospedale, per esempio, non mi entusiasmava perché in reparto alla fine c’era molta routine. Intellettualmente mi annoiava un po’.
Invece sono rimasta subito affascinata dal mondo del giornale, in cui avevi la possibilità di passare (per così dire) di fiore in fiore. Approfittavi, in un certo senso, di tutta la fatica e l’impegno di altri che per anni si erano spesi nei laboratori, in clinica o nei trial. A te restava solo il piacere di andare a cogliere questo fiore, per condividerlo con altri. L’ho trovato subito affascinante perché mi dava la possibilità di spaziare tra le varie specialità senza dovermi fermare su una sola.
Come è proseguita la tua esperienza in redazione?
In quegli anni mi sono sposata e ho avuto il mio primo figlio. Andare in ospedale per me era sempre più complicato, mentre il lavoro in redazione era anche più flessibile. Ed è stato un periodo bellissimo: si lavorava in un modo completamente diverso da oggi. Immagina per esempio che si decidesse di preparare un articolo di copertina sulla fibrosi cistica, magari a partire dalla scoperta di una mutazione genetica pubblicata sul New England Journal of Medicine. Ovviamente non c’era internet, per cui bisognava cercare i numeri di telefono sulle guide o, più spesso, basarsi sul passaparola. Una volta contattato l’esperto o il centro di riferimento, per esempio quello sulla fibrosi cistica di Verona, si andava là a passare la giornata. Si intervistavano varie persone che ti mostravano concretamente cosa facevano, ti raccontavano storie e aneddoti, ti davano roba da leggere. Potevi vedere in diretta i luoghi, ma per le immagini dovevi contattare un fotografo locale, che faceva un servizio per illustrare l’articolo. Mica c’erano gli smartphone per fare le foto!
Un modo di lavorare che per noi oggi sarebbe assurdo, per il tempo che richiedeva. Però un po’ mi manca, perché quello che vedi andando di persona, parlando di persona con i ricercatori e le persone direttamente coinvolte, è tutt’altra cosa.
E quindi, quando hai deciso di fare questo mestiere?
Non avevo mai pensato di fare questo lavoro, io cercavo quale specialità potesse andarmi bene, perché mi interessavano tutte! Tolte quelle chirurgiche, però, o con una minima componente manuale, per cui non ho la minima attitudine: sono goffa e pasticciona, e sarei pericolosa. Nell’ambito internistico, me ne interessavano varie, però non ero ancora orientata. Entrare in redazione a Tempo Medico è stato quello che mi ha fatto dire: “Questo è quello che voglio fare”. Allora non c’era la figura del divulgatore, tutto quel mondo è arrivato dopo. Mi iscrissi all’Ordine dei giornalisti come pubblicista e quello che pensai non è “voglio fare la divulgatrice”, ma “voglio fare la giornalista”.
Il caso ha giocato la sua parte in questa decisione…
Beh sì, se soltanto fossi capitata in un altro gruppo o non fossi riuscita a far parte del team di Rugarli, perché in internato da Rugarli entravano solo quattro persone all’anno, quindi se non avessi avuto i voti che avevo e non fossi riuscita a entrare, sicuramente avrei continuato a fare il medico. Non so se sarei stata un bravo medico, qualcuno dice di sì, ma avrei dovuto trovare la mia strada. Non lo so, comunque è andata così. Alla fine non ho mai praticato la medicina, anche se mi sono laureata e ho fatto l’esame di Stato. Non mi sono nemmeno mai iscritta all’Ordine dei medici, mentre nell’elenco pubblicisti dei giornalisti sono entrata fin dal 1992.
Non ti sei tenuta aperta l’altra strada, quella della pratica clinica, quindi?
Solo in linea teorica, perché avendo fatto l’esame di Stato, anche domani stesso io potrei iscrivermi all’Ordine dei medici. E sinceramente ci ho anche pensato in certi periodi, perché, come tu ben sai, il nostro lavoro, se non sei assunto in un giornale o in un ente istituzionale, è un lavoro di continua precarietà. In certi periodi di cambiamento ci ho pensato. Anche i miei figli hanno molto insistito su questo, perché a loro sembrava uno spreco che io avessi perso tutto quel tempo per laurearmi in medicina, per poi scrivere. Quindi sì, ho valutato questa strada in certi momenti in cui il nostro lavoro si è evoluto, in alcune fasi in cui non c’era più lavoro o il lavoro non era più pagato adeguatamente. Il medico di famiglia forse avrei anche potuto farlo, però avrei dovuto aggiornarmi, ci vogliono tre anni di corso a tempo pieno in cui ti pagano una miseria, e poi non mi sarei sentita sicura, senza esperienza. Alla fine sono arrivata alla conclusione che questo della comunicazione è il mestiere che so fare e che non so farne un altro.
Nella tua carriera hai attraversato diverse fasi, ce le vuoi raccontare meglio?
Dato che io sono un po’ più ”datata” rispetto ad altri che hai intervistato, ho potuto vedere proprio l’evoluzione della nostra professione nel tempo. Ho cominciato in un momento in cui si scriveva già al computer, ma con DOS, che richiedeva di conoscere alcuni comandi e scriveva in verde sul nero. Si stampavano gli articoli, il grafico componeva il menabò, tagliando e incollando…
Mi sembra assurdo, mi sembra di essere una donna preistorica, ma era così. E addirittura al Corriere non potevi mandare il dischetto, volevano il testo scritto stampato. Ho visto un meme che mi ha fatto morire dal ridere, di un bambino che trova un floppy disk e dice: “Ma chi è che ha stampato in 3D l’icona salva?”
Ho vissuto questo momento di passaggio. Ho visto il momento in cui è entrata la tecnologia digitale e il grafico è stato costretto a usare il computer per impaginare, il momento in cui è entrata internet, il momento in cui è cambiato il mondo.
Quando sono entrata in redazione io invece c’era la pila dei giornali di carta… Lancet, New England, JAMA. E sopra a ciascuna rivista la segretaria attaccava un foglietto con tutti i nomi di chi doveva vederla: il direttore Roberto Satolli era il primo a leggere, poi via via in ordine gerarchico, le riviste passavano a tutti gli altri. Con dei post-it si segnavano gli articoli che potevano essere interessanti per l’uno o per l’altro, indicandoceli l’un l’altro con una sigla.
Così in segreteria facevano montagne di fotocopie e le infilavano nell’uno o nell’altro scomparto di un mobile, ciascuno dei quali rappresentava una sorta di cassetta della posta di ogni membro della redazione.
In questa fase c’era un’editoria medica solida, c’erano parecchi giornali per i medici oltre a Tempo Medico, perché le aziende farmaceutiche investivano molto in pubblicità e redazionali sulle riviste. Poi, all’inizio degli anni Novanta, ci fu un forte giro di vite sulla spesa farmaceutica del Servizio Sanitario Nazionale, oltre a una serie di altre misure che si erano rese necessarie per arginare certi abusi. Tutto questo portò però a una forte crisi dell’industria farmaceutica, che tagliò prima di tutto sugli investimenti pubblicitari, gli unici che sostenevano giornali distribuiti gratuitamente.
Nel frattempo arrivava internet: le persone cominciavano a informarsi anche attraverso questo canale. Così abbiamo ridotto sempre di più la paginazione, poi siamo passati a un formato di tipo tabloid, e in seguito a una rivista online. E alla fine, nel 2009, Tempo Medico è stato chiuso definitivamente.
In tutto questo lasso di tempo io ho avuto 5 figli, poi qualche problema di salute dei più piccoli che mi ha costretto a lasciare il lavoro da un giorno all’altro e infine, nel 2004, quando avevo già 40 anni, è arrivata anche l’ultima figlia. In tutto sono rimasta a casa 6-7 anni, ma quando Chiara aveva due anni e ha cominciato ad andare all’asilo, ho chiesto a Satolli se potevo tornare a fare qualcosa, almeno a correggere qualche bozza. E lui mi ha detto: “No, torna a fare il direttore scientifico di Tempo Medico”. È stato un momento bellissimo, che ricordo ancora, perché a quell’età, dopo tanti anni lontana, sei figli piccoli da seguire, pensavo ormai di avere “perso il treno”. Invece mi veniva data questa grande opportunità di creare il giornale con Luca Carra, che era il “vero” direttore responsabile.
Ho fatto in tempo a vedere l’ultima fase del cartaceo di Tempo Medico in formato tabloid, la reinvenzione delle “clinicommedie” che lo avevano reso celebre, una fase soltanto online e poi la sua chiusura definitiva, proprio nell’anno in cui anche mio marito decideva di andarsene di casa. Non è stato un periodo facile.
Più o meno contemporaneamente, anche Zadig, l’agenzia editoriale che era nata intorno e gestiva Tempo Medico, aveva cambiato radicalmente struttura. Mentre prima avevo sempre avuto dei contratti coordinati e continuativi, ora c’erano quasi solo collaboratori esterni con partita iva.
Di fatto, nel mio caso, questo cambiamento non influì più di tanto sulla continuità e l’esclusività del mio rapporto con Zadig, l’unico contesto in cui avevo da sempre lavorato e in cui mi immaginavo a lavorare, pur nell’evoluzione del nostro mondo.
Finito il mondo dei giornali per i medici, infatti, si cominciava a lavorare con i giornali generalisti: Il Corriere, L’Espresso e altre testate. Questo richiedeva di cambiare taglio, andando incontro al pubblico. In questa fase ho anche coordinato un gruppo di giovani giornalisti, alcuni dei quali sono poi diventati dei professionisti riconosciuti come Daniele Banfi, oggi a Fondazione Veronesi, e Antonino Michienzi, che ha fondato Healthdesk. In pratica quello che facevo era chiedere loro proposte, che poi sottoponevo al Corriere e ad altre testate con cui eravamo in contatto, loro scrivevano gli articoli e io rivedevo i loro testi prima di inviarli ai giornali: per loro è stata un po’ una scuola, per me un esercizio di tutoring dei più giovani.
Sei riuscita a proseguire con il giornalismo anche in questa fase? O ti sei occupata anche di altro?
La parte giornalistica via via è diventata sempre meno sostenibile da un punto di vista economico, ma per fortuna in quegli anni, dal 2010 in poi, sono subentrati i progetti europei. Con Zadig ho partecipato a due progetti europei: il primo è stato Tell Me, un progetto di comunicazione delle pandemie nato in seguito alla pandemia “suina” da influenza A(H1N1) del 2009.
Il fallimento della comunicazione pandemica in quell’occasione aveva infatti indotto la Commissione Europea a stanziare una enorme quantità di finanziamenti su vari progetti che studiassero le lezioni apprese da quell’esperienza per comunicare meglio in occasione di una nuova pandemia.
Il secondo progetto, figlio di Tell Me, si chiamava Asset, ed era ancora più ambizioso, perché voleva definire una roadmap, un quadro di preparedness generale della società a una prossima pandemia.
Così, quando la pandemia da COVID 19 è scoppiata davvero, io l’ho vista arrivare: si realizzava davanti ai miei occhi esattamente tutto quello che avevamo studiato, che avevamo calcolato, che avevamo previsto, mentre le istituzioni sembravano non rendersene conto.
Per anni non ci avevano voluto ascoltare: quando era stato il momento di presentare al Parlamento Europeo i risultati del progetto…in sala non c’era nessuno. Per i politici era come dire “prepariamoci all’arrivo degli alieni”, forse anche perché in fondo la pandemia del 2009 era stata solo un’influenza un po’ più grave delle altre.
Che esperienza è stata quella dei progetti europei?
Da un punto di vista professionale, quella dei progetti europei è stata un’esperienza interessante, che mi ha permesso di viaggiare molto e conoscere tanti esperti di altri Paesi, oltre a collaborare con bravissimi colleghi come Eva Benelli e Michele Bellone. Però io soffrivo un po’ la burocrazia, la rendicontazione, quei rapporti infiniti, i “deliverable”, che allora non si potevano far scrivere a ChatGPT. Mi pesava che questi rapporti fossero considerati i prodotti del nostro lavoro, e che non si riuscisse mai ad arrivare a risultati concreti. Allo stesso tempo, però, è stata un’occasione straordinaria per conoscere persone di tutto il mondo e la realtà della ricerca che ruota intorno alla preparedness alle pandemie, un mondo che da sempre mi affascinava moltissimo. Devi sapere che io sono una fanatica dei film catastrofici. Per me sono enormemente rassicuranti: sai già tutto dalla prima scena, chi si innamorerà di chi, chi morirà, che alla fine andrà tutto bene. Per una persona che deve affrontare un sacco di problemi, è rilassantissimo.
Quindi avevo già visto tutti i film sulle pandemie, tipo Contagion: occuparmene per lavoro mi sembrava una straordinaria opportunità (chi immaginava allora che sarebbe diventato tutto realtà?).
Certo, nei progetti europei c’era anche la necessità di lavorare in team, che non è esattamente il mio forte. Anzi, se devo fare un po’ di autocritica, il mio punto debole professionale è proprio questo: una certa difficoltà a lavorare in squadra, tranne rarissimi casi. Un po’ per abitudine, perché ho sempre lavorato da sola e anche a Tempo Medico la catena di lavorazione era ristretta a poche persone, e un po’ perché sono una casinista cronica, ritardataria, poco fedele alle scadenze. Se c’è un lavoro a catena e io ti devo dare un testo entro lunedì, ma martedì mattina ti scrivo “scusami, scusami, non ce l’ho fatta”, alla lunga diventa faticoso per tutti. Col tempo sono un po’ migliorata, ma ancora non abbastanza.
Insomma, i progetti europei hanno avuto pro e contro, ma nel complesso sono stati un’esperienza importante. E soprattutto si sono rivelati preziosissimi quando è scoppiata la pandemia da Covid-19. In quel momento c’erano ovviamente tutti gli esperti sui singoli aspetti clinici, virologi, immunologi, ma sul tema specifico della comunicazione pandemica, di chi avesse studiato davvero questi meccanismi, in Italia eravamo pochissimi. Quella esperienza è stata quindi la base del lavoro che ho fatto durante la pandemia ed è stata fondamentale anche per lo sviluppo successivo della mia carriera.
Oltre a Tell me e Asset, c’è stato poi anche un altro progetto europeo, QUEST, a cui ho lavorato per l’Università Ca’ Foscari, con Fabiana Zollo ed Enrico Costa. È stata un’altra esperienza molto formativa, anche perché mi sono trovata in una posizione un po’ particolare: ero la “senior” anagraficamente, ma allo stesso tempo ero in una posizione subordinata rispetto a persone molto più giovani di me.
Fabiana, per esempio, per me è bravissima. È un’informatica, ma con un’intelligenza ampia, una grande apertura al mondo umanistico e alla cultura in generale. Incontrarla e lavorare con lei è stato un arricchimento enorme.
Era stata lei a chiedermi se conoscevo qualche giovane che volesse fare l’assegnista di ricerca nel progetto e io le avevo risposto: “E se lo facessi io?”. All’inizio è rimasta un po’ sorpresa, ma poi mi ha preso a bordo e per tutta la durata del progetto è stata molto brava: è riuscita a esercitare una leadership forte senza mai creare tensioni, mantenendo sempre il suo ruolo anche nei miei confronti, nonostante la differenza di età, senza che mai io sentissi il desiderio, o mi venisse in mente, di impormi minimamente su di lei, forse per quanto la stimo. E insomma, non sono sempre così.
Da lei ho imparato tantissimo. È organizzata, metodica, precisa. I miei figli ridono e dicono che sono una boomer, ma grazie a lei ho imparato a usare gli Excel per programmare il lavoro. Prima non facevo niente di tutto questo.
Anche questa esperienza mi ha aiutato a vedere meglio i miei limiti, soprattutto la difficoltà ad adeguarmi a un lavoro di squadra che per funzionare ha bisogno di regole precise. E anche per questo le sono molto grata.
Quest era iniziato prima della pandemia, quindi metà del progetto è stata inevitabilmente condizionata dal Covid. L’acronimo sta per QUality and Effectiveness in Science and Technology communication e aveva due obiettivi principali: fare una mappatura della comunicazione della scienza in Europa e cercare di capire come valutare la qualità e l’efficacia della comunicazione scientifica.
Non era affatto semplice: come definisci degli indicatori di qualità nella comunicazione? Come misuri l’efficacia? Per me, che sono sempre stata una persona “a righe”, è stato molto formativo confrontarmi con una persona “a quadretti” come Fabiana e con l’esigenza di quantificare, di trovare dati, parametri numerici. Abbiamo fatto focus group in tutta Europa, con gruppi diversi di persone, ed è stato un lavoro davvero bello, molto solido. E devo dire che, a differenza di molti progetti europei, anche i famosi toolbox non erano fuffa, ma strumenti concreti che io poi ho usato davvero e in parte uso ancora oggi quando faccio formazione o presentazioni. Il work package di Ca’ Foscari, legato ai social media, per esempio, lo presento tuttora. È stato un progetto breve, un paio d’anni, ma molto intenso e molto ben fatto. Per me è stato positivo al cento per cento.
E nel frattempo è arrivata la pandemia…
Poi è arrivata la pandemia, e lì sono stata letteralmente travolta. In quel periodo non respiravo, non dormivo, non mangiavo. Non riuscivo nemmeno a leggere i messaggi su Instagram: cominciavo a leggerli e nel frattempo ne arrivavano altri cento. La gente non se ne rendeva conto, ma tutti mi chiedevano cosa fare, cosa non fare, cercavano rassicurazioni.
Se stavo due ore senza collegarmi, poi facevo cento storie di fila, fino a esaurire lo spazio disponibile su Instagram. Tutto questo lavoro era completamente gratuito. Gratis Instagram, gratis le troupe che venivano a casa, tutti barricati, fili che passavano nelle stanze per fare i collegamenti tv. Arrivavano alle otto di sera per magari tre secondi di collegamento alle undici e mezza, quando poi spesso nemmeno ti davano la parola. All’inizio non erano organizzati, poi è arrivato Skype e le cose si sono semplificate, ma per un lungo periodo è stato davvero pesante.
Nessuna testata mi ha mai pagato nulla in quel periodo, tranne forse un gettone simbolico una sola volta. È stato un lavoro massacrante.
Eppure non l’ho mai vissuto davvero come un lavoro, ma come una cosa che andava fatta, punto. Qualcuno doveva farla. Mi stancava moltissimo, ma allo stesso tempo mi gratificava sentire le persone che mi dicevano che senza di me si sarebbero sentite perse. La cosa buffa è che sono passati cinque anni, ma ancora oggi mi succede che mi fermino per strada: “Lei è Roberta Villa: è stata il faro nella notte, l’unica bussola durante la pandemia”. C’è gente che si mette a piangere. A me viene da sorridere e penso: magari compratemi un libro, invece di piangere.
Quando lo racconto alcuni mi dicono: “ma com’è possibile che le persone si mettano a piangere quando ti vedono?”. Magari pensano “oddio, come sei invecchiata”.
Ma io credo che la pandemia sia stata un’esperienza talmente estrema emotivamente che rivedermi, per molte persone, significa essere risucchiate di nuovo in quel momento. Non è che pensino “quanto è stata brava”, è proprio che tornano lì, a quei giorni. E tutta quell’emotività che era stata in qualche modo rimossa, riaffiora. Altrimenti non saprei spiegarmelo.
Anche perché, se guardiamo i numeri, il mio seguito si è ridimensionato. Durante la pandemia avevo più di 210 mila follower, adesso sono meno di 190 mila. È evidente che quella visibilità era legata a una situazione straordinaria, non a una crescita strutturale. È stata un’esperienza concentrata, intensa, e poi si è chiusa.
Dal punto di vista professionale, però, qualcosa ha lasciato. La visibilità televisiva in qualche modo poi ritorna, per esempio sotto forma di eventi o altre occasioni.
Poco prima di quella fase ero stata contattata da un’agenzia e questa per me è stata un’altra svolta importante. È un accordo molto libero: non mi vincola. Se voglio andare gratis in una scuola o partecipare a un festival per pochi euro, ma penso che valga la pena, lo faccio. Loro invece si occupano di trovare lavori più remunerativi, su cui trattengono una percentuale, e soprattutto gestiscono tutta la parte di negoziazione. Chiedono cifre che io non oserei chiederei mai, neanche sotto tortura. Sanno cosa può pagare un’università, cosa una casa farmaceutica, conoscono il mercato e sanno trattare. Per me questo è un aiuto enorme.
Parliamo di moderazioni, speech, partecipazione a podcast, attività di questo tipo che non eliminano il senso di precarietà, perché quello fa parte strutturalmente del nostro lavoro. Io oggi, per esempio, non so cosa farò a marzo, aprile, maggio. Ho 61 anni e ancora non so cosa guadagnerò tra qualche mese. I lavori arrivano, uno alla volta, e si fanno.
Come vivi questa situazione di precarietà?
Non sono mai stata una da posto fisso, ma con il passare degli anni questa precarietà pesa sempre di più, emotivamente e praticamente.
Ormai è così, non è che possa cambiare. Però grazie a questa agenzia, sono molto più sostenuta anche su un altro fronte fondamentale per me: l’organizzazione. Si occupano di tutto loro: viaggio, alloggio, mi mandano i biglietti dei treni, prenotano l’albergo, tutto già pronto e di prima qualità. E poi, cosa per me essenziale, la sera stessa o il giorno dopo l’evento io fatturo a loro e loro mi pagano entro il mese. Fine. A inseguire i clienti ci pensano loro.
Spesso nel nostro lavoro anche farsi pagare è un lavoro…
È un incubo. A me è capitato di ritrovarmi, a distanza di un anno, a dire: ma questa roba qui non l’ho mai fatturata. Un po’ perché me lo dimentico, un po’ perché i clienti tirano per le lunghe. Avere qualcuno che sai che ti paga entro il mese, vista la precarietà del nostro lavoro, è fondamentale. Per me quella è stata davvero una svolta.
Poi la stessa agenzia ha aperto anche un ramo di agenzia letteraria e mi ha seguita nella realizzazione degli ultimi libri. Loro conoscono l’ambiente, sanno quale casa editrice può essere più adatta per un progetto piuttosto che per un altro, sanno che una casa editrice sta cercando nuovi autori, sta preparando una collana su un certo tema e ti suggeriscono una direzione.
Anche in questo caso prendono una percentuale, ma avere qualcuno che è esperto di contratti editoriali non è poco. La prima volta che ho firmato un contratto per un libro ho firmato così, senza sapere quali fossero le percentuali normali, le clausole, le fregature possibili. Avere qualcuno che legge, controlla, negozia e poi ti presenta l’accordo fa una differenza enorme. Anche perché noi tendiamo sempre un po’ a svalutarci.
I libri, comunque, per me, non sono assolutamente una fonte di reddito. Non c’è proporzione tra lo sforzo che ci metto e quanto ci ricavo.
Sì, è molto difficile arrivare a certi numeri, il mercato italiano dell’editoria è quello che è.
Infatti ieri mi ha chiamato l’editore del mio ultimo libro, Cattiva prevenzione, e mi ha detto: “guarda, noi siamo contenti di come sta andando, per noi va bene. La stagionalità è quella che è, non puoi pensare di vendere chissà cosa”.
Però, se guardi al tempo che ci metti a pensare un libro, scriverlo, rileggere le bozze, andare in giro a fare presentazioni, è un’attività non in perdita, ma in gravissima perdita.
Non pensate che i libri vi facciano guadagnare. Poi magari siete il Bressanini del futuro e ve lo auguro. Vedo, per esempio, che Chimicazza sta andando benissimo. Barbascura, Beatrice Mautino, Massimo Polidoro: loro ce la fanno. Per gli altri, invece, il ritorno è un altro: posizionarti su un tema. Questo io lo consiglierei anche ai giovani.
Quando serve uno speaker sull’argomento di cui hai scritto, ti recuperano attraverso il libro: questo poi vuol dire televisione, festival, eventi, aziende collegate, e riesci anche a tirare su qualche soldo. Ci sono persone che hanno scritto un libro su un argomento molto specifico e sono diventati i massimi esperti in Italia di quell’argomento.
Quando la prima volta mi hanno dato questo consiglio, “devi specializzarti su un tema”, ho reagito malissimo, perché ho una mente ondivaga. Poi però la pandemia mi ha riportata sulle malattie infettive, che probabilmente sarebbe stata la specialità avrei scelto se fossi rimasta a medicina. All’epoca dicevano: ma a cosa servono le malattie infettive? Poi, mentre ero all’università, è arrivato l’AIDS e qualcuno ha iniziato a capire che forse le malattie infettive esistevano ancora. Altra storia pazzesca.
Cos’altro consigli ai giovani aspiranti scrittori?
Secondo me conviene scrivere di cose che ti interessano e ti appassionano, perché altrimenti diventa durissima. Già non ci pagano, se in più dobbiamo anche avere l’angoscia di scrivere di argomenti che non ci piacciono, allora ci mettiamo il triplo del tempo e diventa ancora meno sostenibile.
Con questo nuovo libro l’editore mi ha proposto di tirare fuori tutti quei contenuti che rappresentano il patrimonio di valori di Zadig. “Cattiva prevenzione” è, in un certo senso, l’eredità culturale che Zadig mi ha lasciato, e anche quella che vorrei lasciare io.
Si tratta di un tema che mi interessa molto, perché ha tante implicazioni, per tutto il sistema. “Cattiva prevenzione” è quella che ci ha abituati a pensare di dover fare il più possibile esami e controlli, anche se non ci sono prove che diano vantaggi, mentre la prevenzione deve essere basata su pochi provvedimenti di sicura efficacia. Soprattutto i grandi gruppi privati (ma non solo) spingono la popolazione sana a sottoporsi a check-up inutili ed esami superflui, che hanno un impatto non solo economico, ma anche umano, di salute, psicologico, sociologico. È un fenomeno che rischia di affossare completamente il Servizio sanitario nazionale, per cui sono convinta che sia di grande attualità. Sono contenta di averlo scritto, perché credo che sia importante.
E questo forse è un altro consiglio: devi anche credere in quello che fai. Scrivere perché ci credi, ma allo stesso tempo non essere troppo idealista, come lo ero io una volta, perché bisogna anche campare.
Qui entra l’altro grande tema per tutti noi freelance: dove mettere i paletti del conflitto di interessi? Questa è una cosa che ognuno deve valutare per sé. Per me è facilitata dal fatto che, essendo iscritta all’Ordine dei giornalisti, per esempio non posso fare pubblicità, quindi una parte di lavoro è esclusa a priori. Però vedo colleghi che fanno pubblicità che non sono in conflitto con quello che comunicano. Ho visto qualcuno fare sponsorizzazioni per aspirapolvere o elettrodomestici, per dire, e perché no?
Secondo me non bisogna essere talebani. Come nei giornali ci sono le pubblicità che tengono in piedi la scrittura indipendente, così un professionista della comunicazione scientifica fa il suo lavoro indipendente e accanto ci sono le pubblicità. L’importante è che siano chiaramente riconoscibili come pubblicità, non come un tuo consiglio personale basato sulla tua competenza scientifica.
Con un libro come questo, sulla prevenzione, ti posizioni in un modo che ti preclude tutta una serie di collaborazioni.
Esatto. È stata una scelta molto meditata, da questo punto di vista.
A luglio ho detto no a un podcast in cui si parlava di prevenzione, una partecipazione retribuita, ma sponsorizzata da un’assicurazione. Io parlo di prevenzione, ma non dirò mai che bisogna fare i check-up tutti gli anni, anzi vado proprio contro quell’idea. Mi avevano detto di stare tranquilla, che avremmo potuto concordare i contenuti. Ma anche se poi certi concetti non li dico io, resta comunque una cosa sponsorizzata da un sistema che io critico apertamente nel libro. E quindi non potevo.
Quello è stato il primo no. Poi ne sono arrivati altri, e piano piano non me lo chiederanno neanche più. È stata una scelta grossa, sia dal punto di vista economico sia da quello valoriale. Anche perché io sono convinta che continuiamo a guardare con sospetto le case farmaceutiche, ma i veri “cattivi”, se vogliamo dire, oggi sono le assicurazioni. Non ”cattivi” di per sé, perché al contrario potrebbero rappresentare un tassello fondamentale della prevenzione, ma lo sono nel momento in cui si sono alleate alla sanità privata per creare un sistema che gonfia la domanda di prestazioni da parte dei sani creando difficoltà per i veri malati. Lo fanno anche attraverso il welfare aziendale. Quando sei giovane ti fanno fare centomila esami inutili, poi quando sei anziano o quando ti diagnosticano una malattia grave, cioè quando servirebbe davvero, ti arrangi. Perché in quel caso non hai più copertura.
Avevo considerato questo impatto già prima: infatti in agenzia non erano entusiasti che scrivessi questo libro e hanno anche provato a scoraggiarmi. Con molto rispetto, per carità, però mi hanno fatto riflettere sulle sue possibili conseguenze.
Ma io io ho una certa età: la svolta dei 60 anni mi ha dato una botta. Prima mi ha un po’ scioccata, poi mi ha portata a questa sensazione: adesso è il momento di raccogliere e di lasciare. Raccogliere nel senso che non ho più voglia di inseguire tutto. Vedo un corso, qualcosa da fare, e penso: ecco, dovrei aggiornarmi… No, basta. Mi concedo di essere stanca.
Poi non è del tutto vero, perché sull’intelligenza artificiale ci sto provando, perché bisogna usarla. Però non sento più la pressione di doverla padroneggiare a tutti i costi. Se non divento una maga dell’intelligenza artificiale, pazienza. Ho inseguito tutti i cambiamenti del mercato e della tecnologia, sono passata dalla carta a internet, e ora a chat GPT. Se su questa resto un po’ indietro, la uso come i nonni, va bene così. In fondo, non devo più dimostrare niente a nessuno.
Questo mi dà una specie di relax. E penso anche: poveretti i giovani che dovranno vivere tutta la vita con l’intelligenza artificiale. Io, per fortuna, no.
Dall’altro lato, raccogliere vuol dire anche dire dei no molto concreti. Perché dovrei affannarmi a viaggiare due giorni per pochi euro? Basta, ho dato. Ci vado se è per una buona causa, o me lo chiede un’amica, oppure dall’evento posso imparare o è in un bel posto dove mi fa piacere andare. Altrimenti, quello che cerco di dirmi è che la “semina” in termini di visibilità, contatti, presenza, può finire qui. Non sempre ci riesco, ma almeno ci provo.
E allo stesso tempo è anche il momento di seminare in un altro senso, come mi sembra di aver fatto con questo libro, che spero dia frutto da qualche parte, che lasci qualcosa. Per questo ho accettato volentieri il tuo invito, perché mi fa piacere lasciare una testimonianza della mia esperienza.
Non ho 103 anni, non ne ho neanche 97 come Garattini, però è chiaro che non sono più in una fase ascendente della vita. E quindi sì, un po’ voglio raccogliere e un po’ voglio seminare in un altro modo: non più per me, ma per gli altri. Per i miei figli, da un lato, e per chi mi segue, per la società, dall’altro.
Anche per questo ho aperto la mia newsletter “Fosforo e miele”: per avere un canale di comunicazione in cui chi è interessato a leggermi mi può sempre trovare (anzi, lo raggiungo io ogni sabato), senza dover dipendere dai capricci degli algoritmi o dei caporedattori.
Rispetto alla comunità dei comunicatori della scienza, come ti posizioni? C’è qualcosa che accomuna tutti questi professionisti, secondo te?
Io la amo molto, la comunità dei divulgatori e dei comunicatori della scienza. O meglio, amo molto quella che si è creata intorno a Strambino. So bene che esistono altri mondi, anche molto diversi, però considero quella la mia comunità di riferimento.
Facevo parte anche di un’associazione di comunicatori, ma il potere aggregativo che ha avuto Strambino è stato straordinario. Secondo me i Frame che l’hanno ideata hanno avuto davvero un’idea geniale, inventandosi un progetto che è andato a rispondere a un’esigenza forte: incontrarsi, scambiarsi esperienze, sapere chi fa cosa. Quindi sì, come comunità di divulgazione io mi vedo lì, anche se ovviamente conosco e stimo tanti colleghi che fanno benissimo il nostro lavoro senza essere mai stati a Strambino.
In questa comunità dal punto di vista anagrafico mi sento un po’ la vecchia zia, che magari dà qualche consiglio, ma soprattutto viene a imparare. Mi piace tantissimo osservare questo mondo, mi incanta letteralmente. Anche se è un delirio cercare di seguire la conversazione di oltre 300 divulgatori nel gruppo Telegram che, sappiatelo, ho scaricato solo per voi. Mi colpisce, anche rispetto alla mia esperienza con i miei coetanei su Facebook, la capacità di confrontarsi così in tanti e così diversi in maniera così civile, ma soprattutto ogni volta resto sorpresa dal livello di preparazione e dalla profondità di riflessione sulla professione che hanno i più giovani.
Mi piace tantissimo quando scrive Tavecchio, quando parla Tavecchio, perché impari mille cose. Ma ciascuno di voi, a modo suo. Noi, la mia generazione, abbiamo iniziato facendo le cose un po’ così: correggere bozze, lavorare sul campo e solo dopo è arrivata la teoria. Qui invece vedo un livello di consapevolezza enorme. Quindi quello che posso dire è che in questa comunità mi trovo molto bene. Mi piace questo ruolo che condivido con Marco Ferrari: siamo i due vecchi di riferimento, insieme a Dario Bressanini, che però ha talmente successo da giocare in un altro campionato. Questo ruolo da “vecchia zia”, in sostanza, mi piace da morire. E poi c’è un’altra cosa che mi colpisce moltissimo in questa comunità: non vedo competizione. Che è pazzesco, se pensi alla precarietà del nostro lavoro e alla difficoltà di trovare occasioni. Magari sono io che ho gli occhiali rosa, ma vedo piuttosto occasioni di darsi una mano, di fare progetti insieme. La competizione, sinceramente, non la vedo, anche se teoricamente dovrebbe esserci.
Per me venire a Strambino, leggere Telegram, avere a che fare con questa comunità è una fonte di apprendimento enorme. E poi, diciamolo, mi piace anche perché ho i miei figli che ormai vanno per la loro strada e qui di ragazzi della loro età con cui chiacchierare ne trovo quanti ne voglio.
È molto bella questa cosa che dicevi anche prima, rispetto all’esperienza con Fabiana Zollo, dell’imparare dai giovani…
Ma voi avete tantissimo da insegnare. Oggi il mondo va così: una volta nella storia erano i figli che imparavano dai padri, ma con la velocità con cui cambiano le cose non è più così. Anche banalmente sul piano tecnico.
Di recente ho iniziato un podcast, Pulsazioni, con Jessica Mariana Masucci. Io a fare un podcast da sola non saprei neanche da dove cominciare: microfoni, piattaforme, montaggio… no, io quella parte lì non ce l’ho. Lei invece è bravissima a gestire tutta la parte tecnica. Magari riceve da me un pochino di visibilità, perché ho più follower. Ma io “sfrutto” la sua capacità, la sua preparazione, la sua freschezza. Voi siete tutti molto più bravi da questo punto di vista. E a me piace molto lavorare con voi.
Credo venga anche dalla mia esperienza familiare: sono mamma di sei figli ma non ho mai avuto un ruolo autoritario e neanche troppo autorevole. Il nostro è un rapporto molto alla pari, soprattutto per le circostanze che mi hanno portato anche a ricevere sostegno e imparare da loro. Forse per questo mi viene naturale anche in questo contesto.
In questo percorso, in questi anni di evoluzione e di confronto intergenerazionale, è cambiato il tuo modo di percepire la comunicazione della scienza?
Sì, molto. Quando ero a Zadig, soprattutto ai tempi di Tempo Medico, non c’era l’idea che la comunicazione della scienza fosse una disciplina in sé. Facevamo questo lavoro, ma non c’era tutta la riflessione teorica che c’è oggi. C’era magari a livello accademico, ma non nella pratica quotidiana, almeno in Italia.
Questa riflessione ha iniziato ad arrivare con i progetti europei sulla comunicazione della scienza, sulle pandemie, e poi via via. Tutta questa parte teorica io l’ho imparata moltissimo da voi, dalla comunità. Io non ho fatto la SISSA. Vado a fare lezioni alla SISSA, ma quello che si impara in un corso intero io non l’ho studiato, l’ho imparato sul campo.
E quindi tutta la base teorica che oggi c’è dietro, l’ho assorbita in gran parte così. Anche perché, al di là della mia percezione personale, ancora oggi quando dico “giornalista scientifica” in televisione molti rispondono: giornalista cosa? Divulgatrice. C’è ancora una grande confusione sui ruoli.
Però sì, è cambiata molto la consapevolezza dell’importanza della comunicazione della scienza. Tutti i casi che abbiamo visto, da Di Bella a Stamina, fino alla pandemia e ai vaccini, hanno messo davanti agli occhi di tutti che la comunicazione della scienza è uno strumento fondamentale della sanità pubblica. E non solo. Se pensi al clima, al nucleare, sono tantissimi i temi.
Questo rapporto tra scienza e società, io me lo ricordo anche nei progetti europei: prima Science and Society, poi Science in Society, poi Science with and for Society. Questa evoluzione dei nomi riflette una presa di coscienza graduale, prima di chi faceva i progetti e di noi che ci lavoravamo. La società forse non ci è ancora arrivata del tutto, ma nel nostro ambiente sì.






L'intervista scorreva così fluida davanti ai miei occhi che mi è sembrato davvero di star conversando con una cara Zia. Grazie per il lavoro che fate con questa newsletter!
Per chi, come me, è in una fase di orientamento e transizione, il racconto di queste esperienze di vita è di enorme utilità.
Cosa consigliereste (mi rivolgo a chiunque legga questo commento), quindi, per dare il via OGGI ad una carriera nella comunicazione scientifica, a livello giornalistico? Ok la passione, ok la fedeltà a certi valori, ma concretamente: serve necessariamente seguire corsi e master? Quali testate sono più aperte a riconoscere l'importanza di questo mestiere?
Questa puntata è la definizione esatta di "iniziare il nuovo anno con il botto!"
Mamma mia (anzi, "zia mia") e che intervista! Un lato di Roberta (che saluto, sperando si ricordi di me) che non conoscevo e che mi lascia riflettere molto su questo (nostro) mestiere.
Credo che sia all'ordine del giorno mostrare solo "le cose belle", quanto sia figo fare interviste, scrivere libri, avere "mille mila" follower sui social ed essere riconosciuti per strada. Ma la realtà quella dura, è ben diversa. Tutti, alla fine della fiera, facciamo i conti con la stessa dinamica: portare il pane a casa facendo un lavoro intellettualmente onesto e vivere del nostro amore per la (comunicazione della) scienza.
Grazie a voi e grazie a Roberta per aver ribadito quanto sia difficile e quanto bisogna essere "flessibili" ☺️